È necessario sintetizzare la carriera diplomatica muscolare di Mike Hammer, il capomissione presso l’Ambasciata degli Stati Uniti a Cuba. Hammer, 62enne, è cresciuto tra i corridoi del potere latinoamericano (Brasile, Colombia, El Salvador), ed è l’uomo scelto nel novembre 2024 per affrontare di petto la questione cubana. Hammer vanta una carriera trasversale, capace di resistere ai cambi di guardia tra democratici e repubblicani. Già ambasciatore in Cile tra il 2014 e il 2016, e inviato speciale per il Corno d’Africa, ha dimostrato di saper maneggiare crisi sistemiche. All’Avana però il suo approccio mescola la realpolitik al populismo di prossimità.
Mentre è in contatto con i dissidenti di Miami, Hammer scende in strada: la «diplomazia delle pentole» — gesti simbolici e provocatori di assistenza alla popolazione stremata — dovrebbe essere il suo grimaldello per scardinare il consenso verso il presidente Miguel Díaz-Canel e il suo Governo. Solo che, convinto che la caduta del socialismo cubano passi per l’isolamento totale, ha incontrato un’inaspettata sacca di resistenza filo cubana in Calabria. La Regione, guidata dal centrodestra, ha stretto legami solidi con l’Isola grazie all’invio dei medici cubani. Così il diplomatico ha lasciato i Tropici per lo Stretto, per esercitare quelle indebite e inefficaci pressioni, di cui su questo spazio si è abbondantemente trattato.







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